venerdì 15 maggio 2015

Pocket @ Biko, Milano

Il terzo dei concerti che abbiamo fatto in maggio è il più atteso, uno di quelli dove non ci pagano ma sorridendo tra noi diciamo che va fatto perchè: "ci da visibilità". Suoniamo di supporto a Chadwick Stokes che io non so nemmeno chi sia e tantomeno che musica suoni, non mi sono documentato. Quando arrivo al Biko per l'ora di cena non posso fare a meno di notare un enorme Tour Bus parcheggiato di fronte al locale. Ne ho già visti di così grossi quando ho suonato di supporto a Graham Coxon, ai Franz Ferdinand, agli I am Kloot, mai in altre occasioni importanti. So che Chadwick suonerà da solo, senza la band, viene automatico chiedersi cosa se ne faccia di tutto quello spazio e quanto debba essere popolare per avere quel budget a disposizione. Fonti informate dicono che un autobus di quelle dimensioni costa 400 euro al giorno escluso il costo dell'autista e del carburante. E' la sera in cui la Juve si gioca il ritorno della semifinale che la puo' portare dritta alla finalissima di Berlino, le strade sono deserte e dopo aver cenato nel locale con tutto lo staff del Biko preparo il set di batteria che l'organizzazione mi ha messo a disposizione.

Il set utilizzato al Biko, 14.05.2015


Il palco del Biko è piccolo e stretto, ci abbiamo già suonato un anno fa di supporto ad Adam Green e in quella occasione mi sono reso conto di quanto il pubblico che frequenta questo locale sia attento, selezionato. Ti senti gli occhi addosso e la vicinanza delle persone incute un po' di timore. Passeggio fuori dal locale e gli spettatori arrivano alla spicciolata, entrare costa 15 euro, non poco per un mercoledì sera. Temo che la serata sarà un flop tremendo e quando inizia il primo artista, Matteo aka 'Morning Tea' l'unico pubblico che si ritrova davanti sono i Pocket Chestnut, una manciata di nostri amici che sono venuti presto per sentirci e lo staff del Biko. Quando arriva il nostro turno il locale si è riempito per metà e siamo contenti che di fronte a noi non ci sia il deserto. Nel backstage abbiamo conosciuto Chadwick, parla lentamente, ha dei modi carini si comporta con rara gentilezza che lo distingue dall'insopportabile tour manager. Chad ci ha chiesto qualcosa della nostra musica, ha ascoltatom il soundcheck e ci sommerge di complimenti. Ci ha raccontato che sta girando con tutta la sua famiglia, suo fratello, mamma, nonna, la moglie e due figli. Per questo si muove con il tour bus, gli costa meno rispetto ai soggiorni in albergo e così possono stare tutti insieme durante gli spostamenti. Facciamo un set corto di circa quaranta minuti e Tum riesce ad instaurare un bel rapporto col pubblico. Durante l'ultima canzone lascia il palco, si siede in mezzo alle persone e le fa cantare al microfono. Lo ha fatto altre volte ma in questa occasione gli riesce particolarmente bene. Quando abbiamo finito smonto velocemente  le mie cose e le carico in macchina, qualcuno mi ferma per complimentarsi, mi fa piacere anche se credo di aver suonato in maniera scolastica, senza emozione. Pago il prezzo della sobrietà, niente svolazzi, faccio il mio compito da bravo scolaretto. Mi fermo ad ascoltare Chadwick,  è veramente bravo, comunica con sincerità, si emoziona e fa emozionare.

Chadwick Stokes

Qualche giorno dopo vado alla festa di compleanno di Paolo, un amico dei Pocket che vive in un bellissimo appartamento in via Foppa a Milano. Molti degli invitati sono venuti a sentirci in tutti e tre i concerti, li conosco solo di vista e in quell'occasione riesco a parlarci andando oltre i semplici saluti di rito. Mi confidano che il concerto del Biko è stato bellissimo, il migliore dei tre, mi dicono che si è percepito qualcosa di magico che negli altri live non era emerso. Ancora una volta sono sorpreso di come le sensazioni di chi sta sul palco possano essere così diverse rispetto a chi è dall'altra parte e di quanto sia bellissimo dopo tanti anni e centinaia di concerti emozionarsi ancora nell' avere questo tipo di rivelazioni.

Paolo e Pol appena terminato il soundcheck

     

domenica 10 maggio 2015

Pocket @ Cascina S. Ambrogio, Milano

Ieri mi attendeva un doppio impegno, il rientro al lavoro dopo un mese di assenza e un concerto serale con i Pocket Chestnut alla Cascina S.Ambrogio, un luogo storico che ricorda Milano com'era una volta prima della cementificazione massiccia delle zone periferiche.

Cascina Sant'Ambrogio, Milano. Foto di Ambrogio Holder

 Se il rientro in concessionaria è stato abbastanza traumatico si puo' dire che la serata l'abbia vissuta con uno stato d'animo opposto. Al mattino provavo a grattare la ruggine dentro la testa, non mi ricordavo le password di accesso ai programmi, i passaggi più semplici per iniziare un preventivo sembravano scogli insormontabili e una mole impressionante di e-mail da leggere contiribuivano a crearmi un certo stato di agitazione che provavo a combattere con il metodo che ho messo a punto in qualche proficuo incontro di coaching. Si lavora con la testa, ci si concentra sulla mente, da essa dipendono, a cascata, le emozioni, quindi le relazioni, il fisico e lo spirito. Ho provato a gestire l'ansia con una fatica immensa che mi ha portato all'ora di pranzo ad alzare bandiera bianca e tornarmene a casa abbastanza preoccupato promettendomi di riprovarci nuovamente lunedì. Il rientro doveva essere graduale e così sarà, mi dico. Il sole tramonta poco dopo le venti e quando arrivo alla cascina per montare la batteria porto con me il mio strumento e il mio corpo riposato grazie a qualche ora di sonno ristoratore che mi sono concesso nel pomeriggio. Sto molto bene, mi sento sicuro, sto sempre così quando ho il mio set, conosco i suoni, li rendo profondi, lunghi, caldi grazie a un accurato giro di accordatura.

L'accordatura del rullante

Ho il vantaggio che saremo l'unico gruppo in programma, la situazione ideale per trovare la tranquillità e fare un buon concerto. L'associazione Cascinet con la sua anima sonora denominata Hum ci accoglie bene, l'attrezzatura è minimale e il fonico si improvvisa ma riparano all'inesperienza con la gentilezza, ci assistono in tutto quello che serve. Dobbiamo suonare per più di sessanta minuti e non abbiamo preparato un set così lungo. Cioè lo abbiamo allenato ma temiamo che possa annoiare sorbirsi un'intera ora abbondante di acustic folk. Decidiamo di inserire in scaletta buona parte del primo disco "Bedroom rock n' roll" quasi tutto il secondo "Big sky empty road" due cover e due brani nuovi dei cinque che stiamo provando in questi mesi. L'area concerto si riempie e mentre passeggio nel campo circostante mi concentro e osservo la raffineria che confina con la cascina, le luci rosse al vertice della struttura circolare mi ricordano un aeroporto. Temevo che i tanti ragazzi arrivati in questa specie di centro sociale fossero lì per tanti motivi ma non per sentire i Pocket Chestnut e invece già alla seconda canzone il pubblico si avvicina al palco, collabora, partecipa ai cori, si diverte. Mi sento bene e quando arriva il momento dell'ultima canzone ne vogliono ancora. Ci congediamo molto soddisfatti e sono dello stato d'animo giusto per pensare che questa sobrietà che mi accompagna è proprio una gran figata.

La mia session custom e i Pocket durante il soundcheck
    

domenica 3 maggio 2015

Pocket@Bloom, Mezzago 02.05.2015

Per la "festa del lavoro che non c'è" il Bloom di Mezzago ha organizzato come da tradizione il Neverland Festival sottotitolando l'evento con il riuscito hashtag #cazzoridi. Alez, uno degli organizzatori, ha voluto i Pocket Chestnut e ci ha invitato con il solito entusiasmo che lo distingue. Il concerto ha significato per me il ritorno sul palco dopo un mese di inattività.


il programma del festival

Il mio sottotitolo personale della giornata è stato "la forza della lucidità" perchè da circa un mese complice il problema di salute di cui ho parlato in un post precedente sono pulitissimo, non bevo neanche la birra. Sono arrivato al Bloom in gran forma, molto "ripigliato" come dicono i giovani, ed ero curioso di vedermi all'opera in un contesto molto raccolto come il cinema dello storico locale brianzolo. L'organizzazione ha infatti voluto che i Pocket si esibissero al piano superiore del Bloom, sul palco che divide lo schermo del cinema dalle ottanta poltrone della sala. L'incognita era rappresentata dal pubblico, sapevamo che saremmo stati il primo gruppo ad esibirsi e il rischio di suonare per gli addetti ai lavori era elevato. Il festival ha abituato i suoi affezionati ascoltatori che i concerti iniziano presto e così mentre ci apprestavamo a salire per iniziare il nostro set di quaranta minuti scarsi un discreto gruppo di ragazzi era già li ad aspettarci.

Per sdrammatizzare l'emozione del ritorno sul palco indosso un cap dei Muppets


Il batterista dei Verbal che a tarda sera avrebbero sonorizzato il film "Karakorum" ha messo a disposizione una bellissima batteria perfettamente accordata e lo strumento è stato montato sul lato corto del palco per fare spazio alla proiezione. I fonici, simpatici, pazienti, disponibili e riconoscibili dal marcato accento bresciano, sono stati di una professionalità superiore alla media ed anche per merito loro il concerto, vuoi per le mie lucide condizioni, vuoi per l'acustica decisamente affascinante, è stato molto bello. Verso la fine del set ho notato che ormai il cinema si era completamente riempito ed è stato piacevole ricevere un convinto applauso finale e scendere da basso a godersi la soddisfazione del dopo concerto guardando suonare gli altri gruppi. La serata è scivolata veloce tra qualche complimento, alcune occhiate di approvazione e tanti bicchieri d'acqua.

   
On stage con Stefano (ormai presenza quasi fissa) al corno

martedì 28 aprile 2015

Viale Caprilli

A Milano è stata aperta  la fermata delle metropolitana "San Siro" e nei tanti servizi che ho letto in queste ore su questo tema ho trovato questa pagina di giornale. In occasione dell'evento un lunghissimo articolo sarebbe piaciuto scriverlo anche a me.

Il servizio della foto applicata sopra è del 1964, oggi grazie all'Expo la fermata per lo stadio è diventata realtà. Fa una certa impressione leggere come si fantasticava a quei tempi per questo progetto che avrebbe dovuto "decongestionare di colpo" gli ingorghi automobilistici. Nei primi anni '80 la giunta di allora impedì alle auto di arrivare davanti allo stadio dal lato nord, l'unico modo per arrivarci era aggirare l'ippodromo del trotto e giungervi da piazza Axum, un giro infernale da percorrere in coda col rischio di fare tardi e salire sugli spalti a gara già iniziata. Prima che un'altra giunta si inventasse con l'occasione dei mondiali del '90 di organizzare un servizio autobus gratuito chiamato "bus-navetta" l'unica opzione per chi arrivava da Piazza Stuparich era lasciare la macchina vicino al Palalido e avventurarsi a piedi. Si è disputato da poco l'ultimo derby tra Milan e Inter e la nuova fermata  della linea lilla inaugurata proprio il giorno seguente rispetto alla stracittadina sarà d'ora in poi finalmente utilizzata dalla maggior parte dei pigri sostenitori per arrivare a ridosso dei cancelli dello stadio Giuseppe Meazza. Mi è venuto in mente il lungo viale che porta all'impianto e a quante volte lo percorrevo per andare a vedere le partite ed a questo luogo avrei dedicato il mio articolo snobbando il crepuscolare metro. Non ho fatto un'accurata rassegna stampa ma credo che sarei stato quantomeno originale parlando dell'ormai "liberato" Viale Caprilli.

Questa strada tanto cara per altri motivi anche a Roberto Vecchioni fino al punto da ispirargli uno dei suoi più grandi successi (Luci a San Siro non parla di sport bensì delle prostitute che di notte affollavano Viale Caprilli negli anni '70) l'ho percorsa centinaia di volte ed ognuna era diversa dall'altra. La fermata della metropolitana più vicina per arrivare allo stadio dalla periferia nord prima appunto della nuovissima "San Siro" è in Piazzale Lotto a circa due chilometri e mezzo dal Meazza ed è stata fino ad oggi per molti "forestieri" l'unico modo per raggiungere lo stadio. "Lotto" sgorgava ogni domenica migliaia di tifosi in superficie riversandoli sul lunghissimo Viale Caprilli. Ricordo le lunghe camminate cariche di emozione prima dell'inizio degli incontri decisivi, l'interminabile viale alberato con le alte mura oggi adornate da bellissimi murales a recintare l'Ippodromo del galoppo dove qualche spavaldo si fermava a pisciare fregandosene del via vai di persone alle sue spalle, le bancarelle con le frittelle e i furgoncini carichi di bandiere e cuscinetti a litigarsi la posizione migliore sotto gli altissimi platani. Intorno a quel trambusto un'aria di tensione sospesa come la nebbia che aleggiava prima delle partite più tese e combattute era possibile non solo respirarla ma persino toccarla. Questo viale è stato spesso teatro di scontri tra i tifosi e c'era sempre da stare all'erta per chi in trasferta si presentava con sciarpe e vessilli in bella mostra.

Il lato opposto all'Ippodromo l'ho sempre trovato affascinante contraddistinto da larghissimi marciapiedi dove si praticava il posteggio selvaggio "riservato" a chi riusciva ad aggirare i blocchi dei vigili. Su quelle sponde era frequente avvistare qualche improvvisato parcheggiatore abusivo della domenica. Gli appellativi "capo" "dotto'" "paisà" "uaglio'" dipendevano dalla provincia leggibile sulle targhe. Qualche volta quando ero in anticipo rallentavo il passo e mi soffermavo a guardare le bellissime case affacciate sulla strada. Quasi tutte avevano le tapparelle abbassate oppure spesse inferriate a proteggere le abitazioni da quell'invasione di persone. Sono tutti condomini bellissimi e mi risulta che comprare una casa in quella zona sia sempre stato molto costoso nonostante questo evidente disagio domenicale e il degrado notturno che faceva di quel viale poco illuminato una zona poco raccomandabile per passeggiarci. Alla fine della lunga camminata il Meazza appare immenso, a chi lo vede per la prima volta puo' fare anche una certa impressione. A centinaia di metri da quel massiccio di cemento si riescono a udire i cori dei tifosi e se ci si sofferma a guardare attentamente le persone è impossibile non accorgersi che alla fine di viale Caprilli tutti sono emozionati e accelerano nervosamente il passo.

Ciò che non dimenticherò mai è percorrerlo al contrario nel tragitto di ritorno con il carico di gioia o di insoddisfazione a seconda di come era terminata la partita. L'aria si faceva rarefatta tra gli sbuffi di gasolio dei furgoni e il pensiero della settimana che stava per ricominciare sembrava un fumetto sopra le teste delle persone. Mi accodavo a qualcuno con la radiolina per sentire i commenti e i risultati dagli altri campi ed il viale che all'andata sembrava interminabile ma piacevole da percorrere diventava improvvisamente faticosissimo nonostante fosse in leggera discesa. Nessuno sposterà viale Caprilli con il suo carico di ricordi dentro la mia testa ma andare fin sotto lo stadio in metropolitana col beneficio della comodità non sarà più la stessa cosa. Spero che qualche nostalgico come me continui a sobbarcarsi quel tragitto così suggestivo, mi farà sentire meno solo a ricordare quanto era magico far iniziare l'emozione di assistere a una partita di calcio ben prima del fischio d'inizio.   



lunedì 27 aprile 2015

Un ex fantasma

Per qualche giorno il blog si è trasferito in un quaderno ed ha ripreso la forma originale del diario scritto su carta proprio come facevo venticinque anni fa. Il motivo è da ricondurre più che alla mancanza di una connessione alla voglia di lasciare scritta a mano un'esperienza che mi ha segnato e credo mi porterò dentro per il resto della mia vita. Negli ultimi anni il mio lavoro è molto cambiato, le grandi ambizioni della casa automoblistica per cui vendo i prodotti sono cresciute smisuratamente, dobbiamo essere sempre i numeri uno del mercato, la crisi economica nel Paese ha esasperato ogni cosa. Sono abituato da sedici anni a trattare quotidianamente con i clienti, ho una mia partita iva, vengo retribuito in funzione di quanto vendo e come vendo, non ho un fisso mensile, non ho ferie pagate, non ho malattia pagata, non ho tfr, lavoro il sabato, ogni tanto anche di domenica. Sono un'azienda nell'azienda, una concessionaria di automobili. La mia professione è mentalmente faticosa, massacrante per cio' che riguarda le performance da mantenere e le continue valutazioni che ne conseguono, ma ho un lavoro e di questi tempi non è poco. Lo difendo con i denti questo mio lavoro, ne vado fiero, amo fottutamente quello che faccio più di me stesso e fin da quando ero poco più che un ragazzo mi impegno in maniera inflessibile per migliorarmi ed imparare nuove cose di quel mondo fantastico che non è mai routine perchè ogni persona è diversa dall'altra. Svolgo le mie mansioni con la stessa umiltà con cui ho iniziato il primo di tanti giorni fa. Cerco di adeguarmi a come si evolve il mercato, lo faccio con abnegazione, non mollo anche nei momenti di maggior sconforto, vivo -qui e ora- tutte le situazioni, non penso al domani, mi reinvento ogni mattina, provo a scoprire nuovi approcci e a scardinare le abitudini. Sono onesto.

 Circa due anni fa inizio a sentire che ci sono momenti in cui mi sento solo, non mi riconosco con l'operato dei colleghi, sento che le mie idee per migliorarci non sono ascoltate, vedo i clienti che cambiano e io non riesco ad adeguarmi rapidamente, quando trovo il modo è già troppo tardi. Cerco ma non ottengo il conforto e gli stimoli nei manager che ci coordinano, mi ripetono che le motivazioni me le devo trovare da solo. Accumulo soldi ma non ho tempo di spenderli. Il mercato si fa sempre più incasinato, entro ogni giorno nel tritacarne ma vado avanti. Alcuni giorni sono brillanti e luminosi come lo erano una volta, altri sono tremendente bui e tempestosi. Inizio a dormire poche ore, nel non riposo mi sento male, la schiena, il basso ventre, il collo mi tormentano. Qualche notte le gambe si irrigidiscono come due remi.  Mi sveglio nel cuore della notte perchè faccio brutti sogni, penso ai clienti come nemici, salto la colazione, a pranzo e a cena mangio poco e male, sento lo stomaco che si contorce, accumulo rabbia, tristezza, paura e sensi di colpa. Un mese fa alle tre del pomeriggio, tra un cliente e l'altro vado in bagno. Apro la porta la richiudo a chiave dietro di me con un gesto meccanico. Appoggio la giacca all'appendino e inizio a sentire che le pareti si avvicinano fino a schiacciarmi, mi sudano le mani, poi la schiena, le ascelle inziano a gocciolare sudore freddo, sento lo scorrere lento del sudore ghiacciato come lacrime lungo i fianchi. Vedo offuscato, poi non ho più niente di fronte a me. E' tutto nero, per qualche secondo non riesco a capire dove sono. Si bloccano le braccia, le sento rigide, non riesco a piegarle, le dita delle mani sono rapite da un fastidioso formicolio che parte da sotto le unghie e arriva fino alle nocche. Non riesco a riaprire la porta, mi tremano le gambe. Mi siedo sul water senza abbassarmi i pantaloni, devo fare pipì ma non riesco a sbottonarmi,  mi sento risucchiare verso il basso, in bocca ho un sapore strano, acre, assomiglia al succo di pompelmo. Sulla lingua avverto la stessa sensazione che si prova quando da bambini si appoggiano le labbra inumidite sulle pile. Vorrei tossire ma non ci riesco, mi manca il respiro allungo le braccia verso la serratura, riesco ad aprirla e mi sento sollevato, sono salvo. Rimango un po' seduto sulla tazza del water poi mi alzo lentamente ed esco dalla porta. Mi gira la testa ma inizio a sentirmi meglio. Avvicino il mio corpo ai lavandini per sciacquarmi la faccia, penso ai risultati delle vendite, alla chiusura del trimestre, a come sono messo in classifica. Quando mi asciugo incontro il mio sguardo nella grande specchiera che ricopre tutta la parete. Per avere riconoscimenti bisogna riconoscersi. Non mi riconosco, sembro un fantasma. Anche a casa, negli specchi, la mia immagine riflessa appare deformata. 

Vado a farmi delle analisi, dopo qualche giorno torno a prenderle e mi faccio accompagnare dal medico perchè ho paura di andarci. Prendo degli impegni ma non li rispetto, preparo la borsa per andare agli allenamenti ma prima di uscire mi blocco e resto a casa. Fisso le prove con il gruppo, arrivo davanti alla sala prove ma decido di tornare a casa, vado al lavoro ma quando entra un cliente mi nascondo per non parlarci. Racconto al dottore cosa mi succede in maniera confusa, lui legge le analisi e dice che non vanno per niente bene, bisogna fare degli accertamenti. Mi manda da uno specialista che mi ascolta e decide di ricoverarmi. Accumulo di stress lavorativo, attacchi di panico, ansia, mancanza di ferro, calo vitaminico, pressione molto alta. Resto in ospedale dieci giorni e sul diario scrivo giorno per giorno le mie sensazioni, le terapie, le persone del reparto, gli infermieri. Scrivo degli operatori socio sanitari, dei medici, dei pazienti. Mi danno delle vitamine al mattino dopo la colazione, poi prima di pranzo e infine durante la cena. Mi fanno delle flebo e ogni giorno oltre ad un colloquio di circa 1h e mezza con un medico mi sottopongono ai più svariati esami. Sangue, urine, elettrocardiogramma, pressione, risonanze, TAC. Mando una comunicazione scritta ai miei titolari ed ai colleghi, per un mese non andro' al lavoro. Inizio un percorso di ricostruzione, allontano tutte le cattive abitudini e noto i progressi giorno dopo giorno. Gli esiti degli esami ecludono tutte le patologie più gravi. Al mattino quando mi lavo nel piccolo bagno della camera ascolto gli Sparklehorse, l'album intitolato "Good morning spider" che Mark Linkous ha scritto quando era ricoverato in clinica dopo un tentato suicidio. Ogni giorno mi sento sempre meglio, recupero le energie fisiche e lavoro per ritrovare quelle mentali. Ci sono giorni in cui mi sento più giovane di venti anni. Intorno a me sento un affetto che ha dimensioni immense. Mi scrivono amici, colleghi, compagni di musica e di squadra. Non rispondo mai e questo silenzio non fa altro che incrementare la loro corrispondenza. Permetto ai miei genitori, mio fratello e ovviamente a mia moglie di venirmi a trovare in reparto. Quando arrivano scendiamo nel parco della clinica, facciamo delle lunghe passeggiate e parliamo molto. Ho l'opportunità di dire a mio padre delle cose che desideravo dirgli da anni ma non trovavo mai il coraggio di farlo. Spesso mi capita di piangere, distribuisco abbracci forti, la mia testa impara a pensare di nuovo positivamente. Mi abituo a bere tre litri di acqua al giorno, quando mi guardo allo specchio ho un viso disteso, gli occhi sono vivi, brillano,  sono meno scavato e niveo rispetto a un mese fa, l'alito non è più pesante, respiro bene, ho molto appetito, mi sento vivo. Sono rimasto ricoverato a Ville Turro dal 7 aprile fino alla mattina del 17. In quei giorni il sole è sempre stato presente, alto, caldo come in estate. Il giorno in cui mi hanno dimesso invece pioveva in modo fitto. Quelle goccioline hanno lavato il malessere trasformandolo in benessere restituendomi al mondo dei sani. Mentre scrivo sono a casa da nove giorni, vado in bicicletta, faccio lunghe camminate al parco, ho ricominciato a giocare a basket e a suonare, leggo molto, faccio giardinaggio, mi riprendo la mia vita. Dormo grazie all'aiuto di un basso dosaggio di quietiapina e ho iniziato un percorso di coaching per rientrare al meglio nell'ambiente di lavoro.


Il diario che ho scritto durante il ricovero

 
Il primo giorno in ospedale
 
Il rientro a casa accolto dalla fioritura del glicine

lunedì 30 marzo 2015

2005-2015 I dieci anni di "Join the cousins"


la cover di Join the cousins

 Il nove marzo del 2005 in via Cadolini, a Milano, nel locale chiamato Goganga, i Kech presentavano di fronte a un centinaio di persone il loro secondo album, il primo pubblicato con l'etichetta fiorentina Black Candy Records. "Join the cousins" non è forse il miglior disco in cui ho suonato ma è senza dubbio quello a cui sono più affezionato ed è il disco per cui ognuno dei Kech aveva una grande aspettativa. E' vero che nessuno di noi aveva la minima ambizione di fare il musicista e vivere con i proventi di questo lavoro ma è altrettanto vero che essere stati desiderati e scelti da un'etichetta molto ambiziosa che oltre ad accollarsi le spese della registrazione voleva fare "le cose in grande", aveva suscitato in noi un discreto entusiasmo. Spinti da questa motivazione ogni membro del gruppo ci mise tutto l'impegno per realizzare al meglio quella registrazione. Nel post "Click & Friends" contenuto in questo blog racconto brevemente le suggestioni di quei giorni. L'ho riletto poco fa e questa celebrazione del decennale, questo piccolo lascito che faccio al blog di cui sono autore, mi fa ricordare soprattutto cosa non funziono'. Se del mancato uso del metronomo ne ho appunto già parlato ho voglia di spiegare cosa si era inceppato durante quella registrazione. Qualche anno prima di quel marzo del 2005 avevamo provato a fare un demo semi professionale al Bips Studio, uno degli studi più attivi a Milano negli anni '90. Un disco come "Germi" degli Afterhours solo per fare un esempio fu registrato proprio in quello studio. Il fonico che ci  aiuto' si chiama Max Lotti e si occupa ancora oggi di stare dietro a un mixer. Paolo Mauri, oltre ad essere amico di Max ci aveva lavorato a lungo in quelle stanze e aveva prestato la sua opera per band importanti in quel florido periodo, con qualche conoscenza comune eravamo entrati contatto con lui e senza nessuna particolare raccomandazione Mauri detto "Flistones" aveva espresso il suo parere positivo su di noi dando il suo consenso ad occupare il Bips consegnandoci fisicamente le chiavi dello studio. La registrazione a me piacque molto nonostante grandi rattoppi e soluzioni che nascondevano il vero spirito dei Kech (a quei tempi avevamo ancora le basi registrate su mini disc e un tastierista) la confusione generale spinse tutti i miei compagni di viaggio a decidere che quel suono non ci rappresentava quel demo quindi non andava pubblicato. Solo il brano "Elettronic" finì in fondo alla tracklist del nostro primo ep "A lovely place". Avevamo lasciato un conto in sospeso col lavoro che aveva fatto Max e anche lui, per certi versi, lo aveva con noi. Ci teneva che il suo nome e le sue capacità uscissero stampate su un album di una band che a suo modo diceva di apprezzare ed era arrivato il momento di dimostrarlo. Mi fa sorridere parlare oggi di pressione nei confronti di quel traguardo da raggiungere ma a quei tempi è corretto definire con quel termine l'aria che si respirava fin dai primi minuti in cui entrammo in studio, non più al Bips ma -sempre a Milano- al JRS studio in un seminterrato in zona Piazzale Corvetto.

Max Lotti il fonico di Join the cousins

Tre quarti delle dodici canzoni che componevano la tracklist di JTC le avevamo rodate in almeno ottanta concerti, molti degli amici che ci seguivano dal vivo erano stufi di sentirle e anche noi di suonarle. In poche parole stavamo producendo un disco già sentito e risentito. La padronanza con cui suonavamo quei brani, la dimestichezza con le strutture che sostenevano le canzoni, ci rendeva sicuri dei nostri passi ma all'ultimo momento decidemmo di includere quattro brani che stavamo mettendo a punto da poche settimane e che non avevamo quasi mai eseguito dal vivo. Si trattava di: The Cousins, I don't need one, Wine is fine e Half Jealous. La prima e l'ultima di queste quattro aprivano e chiudevano il disco. Se per Half Jealous (il titolo fu ispirato da Giovanna dal piccolo registratore d'epoca che usava in sala prove per ricordarsi le melodie chiamato Gelosino) il lavoro coordinato da Marco Ferrara ebbe i suoi problemi di cui ho già parlato in "Click & Friends" per le altre facemmo l'errore di essere troppo precipitosi nel misurarci con la registrazione di canzoni che, anche se non erano più bozzolo, non erano ancora diventate farfalla. Perdemmo molto tempo per farle rendere in maniera decente e il fatto di aver scelto di partire fin dal primo giorno proprio da quelle tracce ci fece perdere ore e giorni preziosi scoraggiandoci rapidamente. Nessuno di noi aveva una grande considerazione delle proprie capacità, effettivamente modeste, e quella che doveva essere una manciata di giorni da ricordare allegramente in un contesto professionale divenne lo spunto per essere sempre più nervosi e per rinfacciarci, una volta concluso il lavoro, le scelte sbagliate fatte in quelle ore di riprese. Max non aveva le doti del coach e con i suoi silenzi e le sue perplessità inespresse non fece altro che aumentare la nostra insicurezza. Ma come, le canzoni le sappiamo a memoria e ora ci facciamo prendere da tanti dubbi e da scelte mal condivise? Accadde proprio questo e nei giorni in cui incidemmo l'album una ballata country abbastanza spedita e convincente come Clifford si presentò alle nostre orecchie con un' andatura claudicante, le nervose e graffianti 44 times (ricordo ancora che Andrea Dusio su Rockerilla definì il mio drumming 'ruggente') e Dinner Guests che spesso usavamo per scuotere il nostro set dal vivo divennero incerte, le parti che distinguevano la strofa dal ritornello sembravano appiccicate con la colla. La danzereccia Pop Team che frequentemente sceglievamo per aprire i concerti finì caramellata dai tanti effetti applicati al banco, l'anonima In a basement fu messa lì a far numero, il bel pianoforte a coda registrato con gusto in post produzione da Tonnie, il nostro bassista dei tempi, confusero l' idea alla base della spiritosa Nu Beetle. Tonnie, al secolo Tommaso Perego il nostro sognante e unico vero musicista,  cugino di Nicola, coinvolse attivamente in studio anche il trombettista che da più di un anno ci aiutava e caratterizzava dal vivo, Davide Marzocchi, un amico taciturno ma anche sempre pronto alla battuta se opportunamente stimolato. Tonnie e Nicola, i cugini, due teste diverse che solo a parole avevano, in studio e nella vita, gli stessi intenti. Il titolo dell'album l'ho proposto io a Giovanna e piacque a tutti in seguito ad un equivoco. La canzone The Cousins iniziava con una strofa in cui Giovanna diceva un termine diverso ma simile nella fonetica alla parola cousins e io che conosco poco l'inglese fraintesi non solo il senso del termine ma anche di tutto il testo. Mentre aspettavamo di suonare ad un festival in provincia di Grosseto, di fronte a un piatto fish & chips, le dissi: "figo quando citi i cugini nella nuova canzone". Lei scoppio a ridere e racconto' quello che le avevo appena detto a tutti gli altri che erano a testa china sul loro piatto di fritto. Io rimasi un po' perplesso e replicai: "Cousins! Perchè ridete? Scusate l'ignoranza, ma in Inglese cugini non si dice mica Cousins? Join the cousins! Unisciti ai cugini! No?". Altre risate generali: preso.

il registratore Geloso

Di quella tracklist ricordo come ben riuscita la sesta traccia intitolata Uh-Uh perchè nei cori facevamo appunto quel verso da scimmie. Nei crediti viene attribuita a Marco Ferrara una collaborazione su quel brano, in realtà più che un contributo al basso ci diede la giusta iniezione di fiducia per farci capire che la strada era giusta e con la terminologia appropriata ci insegno' l'importanza di quelle cose che si chiamano tra gli addetti ai lavori:  intro,climax, bridge, fill, loop, special. Noi fino ad allora li avevamo sempre non chiamati dicendoci confusamente: "quando si arriva in quel punto lì si fa così, quando poi siamo in quel passaggio là facciamo questa cosa qua". Coldground è la mia preferita dell'album e per questo motivo merita un discorso a parte e funge da bandiera piantata sul terreno conquistato dopo una lunga e sanguinosa battaglia. Fino all'inizio del 2004 i Kech non avevamo mai scritto un brano lento, rilassato, una canzone che definirei dolce, senza spigoli. Arrivo' il momento di comporla ed io ero in una fase di totale invasamento per le ritmiche e le atmosfere dei Coldplay. E' proprio grazie a questo gruppo che le è stato affibbiato questo il titolo, per anni sulle scalette c'era sempre scritto Coldplay al posto di Coldground. Comporla e realizzarla fu una fatica immensa in sala prove, io acceleravo in maniera imprevedibile e poco puntuale ed il fatto che non fosse proprio il nostro territorio abituale rendeva molto ripido il percorso da fare. Io avevo stampata in mente la potenza percussiva del brano dei Coldplay "In my place" e facevo un casino bestiale sul charleston. Riuscimmo a definire la struttura, ad allenarci su quelle atmosfere ma fino all'ultimo momento non era certo che quel brano finisse nel disco. "C'entra come il cavolo a colazione" diceva Nicola confondendosi con la merenda, a dire il vero lui insisteva con questo motto modificato a dovere. Diceva: "no, no, colazione, così vi fate tutti un'idea precisa di quanto è sgradevole". Alla fine a Max non era dispiaciuta ascoltandola nei provini e ci disse: "vediamo come viene, se fa schifo la bocciamo".Coldground fu l'ultima canzone ad essere registrata e tutta l'idea romantica che avevo io per vivere i giorni in studio si palesò tra quelle mura alle due di un sabato pomeriggio. Io rompevo le scatole perchè volevo creare l'atmosfera, cercare di scaldare l'ambiente con qualche dettaglio, mi perdevo in mille cazzate che però si rivelarono utili per la registrazione di Coldground. Ci tenevo che si mangiasse al ristorante tutti insieme, che si facessero i brindisi, che nella pause si mangiassero insieme dolcetti e bon - bon, liquirizie, marzapane, che ci si attrezzasse con un thermos di caffè, tutte cazzate in effetti ma che nella mia ingenuità potevano servire per creare il collante e vivere meglio e con leggerezza quei momenti. Spingevo per fare delle sovraincisioni. Venivo garbatamente snobbato con la scusa che si stava solo perdendo tempo. Andammo a pranzo in un ristorante cinese vicino allo studio e il clima era festoso, rilassato, avevamo praticamente finito tutte le riprese di batteria e per via delle oscillazioni del ritmo avevamo aggiunto con fatica il basso suonato in regia. Con molta cura avevamo finito tutte le chitarre, le voci, i cori. Max aveva già iniziato un pre mix e il suono dello studio paragonato al disco precedente fatto in cantina (Are you safe?) faceva una gran figura. Restava solo Coldground da registrare, probabilmente non sarebbe nemmeno finita nel disco e quindi i giochi erano praticamente fatti. Tornammo in studio appesantiti dal cibo cinese e intorno a me iniziavo a vedere i segni dello smontaggio generale. Chiesi a Max di abbassare  le luci che illuminavano la stanza di ripresa. Erano una decina di faretti alogeni sparsi disordinatamente in tutta la stanza, lui smorzo' il dimmer fino quasi a spegnerle. Suonammo batteria, basso e chitarra acustica nelle penombra praticamente in diretta con Giovanna che ci cantava in cuffia dalla regia. Max mi fece fare delle sovraincisioni di piatti. Il brano venne al primo colpo e risulto' anche senza particolari oscillazioni di velocità. Erano bastati piccoli accorgimenti e un senso di leggerezza come uno spirito che veleggia nell'aria uscito da una lampada. Era uscito il genio contenuto nel disco. Pensai che avremmo dovuto rifare tutte le canzoni in quel pomeriggio e lo proposi con un tono a metà tra il serio e il faceto. Dentro di me ero convinto di quello che avevo appena proposto ma ovviamente fu impraticabile. Smontammo tutto e ce ne andammo in attesa di tornare dopo qualche settimana per fare tutti i mix definitivi.

Una delle foto più utilizzate a quei tempi con la band al completo, in fondo Davide Marzocchi e Tommaso Perego


Caparezza in quel periodo cantava "il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista" e Join the cousins rappresenta perfettamente quella strofa. La stampa specializzata non recensì bene il disco come era invece successo con il precedente. La rivista Rumore solo per fare un esempio ci stronco' con decisione. Ho sentito dire spesso a tanti artisti veri che se tornassero indietro registrerebbero da capo e in modo diverso anche i successi che hanno fatto la loro fortuna. Io pur non considerandomi artista mi accontenterei di rifare JTC in quel pomeriggio dopo il pranzo al ristorante cinese. Ci furono anche delle cose buone, quell'album e la spinta della Black Candy in rapida espansione permisero ai Kech di entrare nel booking della Dna Concerti, una delle agenzie più attive in quel periodo, ci consentì di  fare alcune esperienze indimenticabili come suonare sul palco dell'Heineken jammin' festival a Imola e suonare a Urbino di fronte alla fortezza Albornoz per il festival Frequenze Disturbate subito prima di gruppi come Sons & Daughters, Sophia ed Echo & The Bunnymen. Suonammo dal vivo in alcuni programmi televisivi da MTV a Match music fino a Rock tv. In qualche occasione soggiornammo spesati in alberghi a quattro stelle. In quegli anni si cementò l'amicizia che mi porta ancora oggi sul palco con Davide, ci definivamo i manovali del gruppo quelli addetti al carico e allo scarico degli strumenti, alla guida del furgone durante gli spostamenti più lunghi e faticosi e a fare delle lunghissime chiacchierate al telefono quando qualcosa non andava per il verso giusto. Nicola e Giovanna, per scherzare, li chiamavamo simpaticamente gli Eurythmics. Join the cousins è l'unico disco della nostra breve produzione dove la timidezza nel presentarci passò in secondo piano. Realizzammo noi stessi l'artwork che poi fu sfacciatamente copiato da un gruppo brianzolo, i Grenouille. Nel booklet mettemmo le nostre foto e quelle degli amici più stretti che ci seguivano assiduamente, aggiungemmo i ringraziamenti ed anche un paio di testi. Stampammo locandine in quadricromia, dei biglietti da visita con la data della presentazione e un caldendario sul retro e nella data zero allestimmo un banchetto che era apparecchiato con il seguente merchandising: un ep, due album, uno split in 45 giri (co - prodotto con la Excelsior - etichetta olandese che produceva i Caesar- da un lato il brano Pop Team e dall'altro la canzone intitolata Alcatraz fino ad allora un inedito per il gruppo olandese) due tipi di magliette, decine di spille diverse, adesivi col nome del gruppo. In una sera vendemmo tutto il materiale incassando da quella merce il triplo rispetto al cachet che avevamo pattuito e quella stessa notte andammo a letto sognando di avercela fatta. 
la cover dello split Kech/Caesar, Pop team-Alcatraz

lunedì 9 marzo 2015

Pocket@Stecca 3.0

Non avevo grandi aspettative sul concerto che i Pocket dovevano fare domenica scorsa nella nuovissima Stecca 3.0 in Via De Castilla a Milano. Nella tarda mattinata quando ho ricevuto una telefonata che mi informava su alcuni dettagli  problematici legati in particolare agli orari mi sono fatto coinvolgere dal più grande errore che si puo' fare in tanti scenari diversi: farsi sopraffare dal pregiudizio. Nei locali che organizzano un evento, a maggior ragione quando la musica diventa un pretesto per fare altre cose (tipo organizzare un mercatino fashion) lo staff puo' essere sovradimensionato e lo scarico di responsabilità è un automatismo nascosto dietro la frase "non mi occupo di questo". Lasciando da parte il broncio e le polemiche, che quando si va a divertirsi devono rimanere chiuse in cantina, l'impegno per superare una situazione non proprio ideale per far suonare dei gruppi è stato apprezzabile, quindi non importa se per qualcuno è più importante segnare su bloc notes elettronici le targhe delle vetture cariche di strumenti o controllare decine di volte che tu abbia il timbro per entrare dalla porta di servizio rispetto ad assicurarsi che il numero di microfoni richiesti nella scheda tecnica ci sia, è più importante che il pubblico molto numeroso si sia divertito in nostra compagnia e, a parte una lieve flessione a metà del set, sia rimasto ad ascoltarci dall'inizio alla fine ed abbia apprezzato il nostro spettacolo che ormai è ben rodato e quindi supera qualsiasi imbarazzo tecnico.

Pocket Chestnut "on stage" @ Stecca 3.0